Cul-de-sac

Claudio Comandini

strada bloccata

Dopo Parigi: ritrovare il verso

C’è una vita ordinata dalla morte. Così il presente sembra configurarsi. Una sintonia da cercare tra un disturbo e l’altro. Da scrutare in piccole finestre virtuali, non propriamente esistenti, dove ogni forma è soltanto apparire pur pretendendo presenza. Niente deve essere estraneo al comprendere. Ora ascolto Serge Gainsbourg e Jane Birkin, leggo Al-Azraqī e Abu Bakr Naji. Ogni momento resta immobile, nel trascorrere inesorabile di un tempo infranto. Dovunque sia questo qui e questo adesso, io non ci sono, e nemmeno tu.


Dietro vetri piangenti la città immensa si distende sotto un cielo grigio. Le luci cominciano a brillare in lontananza annunciando una lunga oscurità. Due voci cantano “Je t’aime”: era molto tempo fa. Adesso siamo soli. La Mecca, il tempio al centro del mondo, fu schiuma sull’acqua prima che Dio onnipotente creasse il cielo e la terra: da essa fu spianato questo nostro universo. Egli sa quanto noi ignoriamo. Ora però non c’è terra, non c’è amore, Dio bestemmia in un bar. Forse solo i morti sono, tenaci più di questa vita introvabile.


Il potere è illusione: il potere è reale. Il momento giusto è quello in cui agisci: il momento è ora. Ma quando è l’adesso in questi tempi dilatati? Non è certamente la fretta a deciderlo; forse, nemmeno l’attesa, ma una congiuntura sempre possibile eppure ogni volta pronta a dileguarsi. Nessun gesto ci soccorre, troppe chiacchiere si affollano. Qualcuno dice di sapere tutto e ignora l’essenziale. Non è questo il momento. Io non ti ascolto, tu non mi senti. Noi siamo assenti, noi siamo l’assenza, noi non siamo affatto noi. Troppo sangue, nessun cuore.


È colpa dell’Occidente, è responsabilità dell’Islam. Gli americani sono il male, il danno è l’Europa; sono in errore i sunniti, gli sciiti sbagliano. I russi sì; i russi no; i russi forse. In lotta con i curdi in lotta tra di loro. Uscire dal Medio Oriente non è possibile. Impossibile la guerra. La guerra è infinita. La civiltà di Satana ha stabilizzato il controllo nel proprio stesso collasso. La gestione della ferocia è l’amministrazione del caos. Non si può andare avanti, non si torna indietro. Le torri crollano ancora. A Parigi qualcuno continua a fuggire.


Fotografia: "Strada bloccata" - Mirandola, agosto 2015

L’ideologia del presente

Marc Augé

unreal city

Il vasto lavoro di antropologo e filosofo di Marc Augé presenta al suo interno una profonda coerenza di pensiero e indagine, ed è proprio l’intreccio tra le diverse tematiche a permette di esplicare le costanti della sua ricerca. Inizialmente, ha dedicato le sue attenzioni allo studio delle società tribali della Costa D’Avorio e del Togo, cercando di rintracciarne la logica implicita nella loro autorappresentazione (ideo-logic). Successivamente, si è concentrato sull’elaborazione di un’antropologia delle società contemporanee e della surmodernité, rispetto alle quali ha elaborato la teoria dei "non-luoghi", espressione che indica lo spazio tipico delle stazioni ferroviarie, delle stanze d’albergo, dei grandi magazzini. Presentiamo un testo sull'egemonia del presente, e a seguire un breve colloquio con l'autore che in cinque domande cinque affronta questioni essenziali quali oblio e memoria, universale e individuale, educazione e scommessa, autocolonizzazione e metrò immaginario.


Il problema è che oggi regna sul pianeta un'ideologia del presente e dell'evidenza che paralizza lo sforzo di pensare il presente come storia, che rende obsoleti tanto le lezioni del passato quanto il desiderio di immaginare l'avvenire. Da uno o due decenni, il presente è divenuto egemonico. Il presente, agli occhi del comune mortale, non è più frutto della lenta maturazione del passato, non lascia più trasparire i lineamenti di possibili futuri, ma si impone come un fatto compiuto, opprimente, il cui sorgere improvviso elude il passato e satura l'immaginazione dell'avvenire.

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